Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
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Inserito il 3-5-2004  
«Io, segretario di Togliatti, vi dico che fu il Peggiore»
di Stefano Lorenzetto


Mai più si rivedrà, sotto la volta celeste, il circo equestre che vantò fra i suoi cavalli di razza Massimo Caprara, per 20 anni segretario di Palmiro Togliatti. Mai più tornerà in sce­na la commedia umana che ebbe fra i suoi protagonisti questo borghese napoletano col­to e garbato, già sinda­co di Portici e deputa­to, poi eretico col grup­po del Manifesto, saggi­sta, direttore dell'Illu­strazione italiana, chia­mato al Politecnico da Elio Vittorini e al Gior­nale da Indro Montanelli. Che gente! Che tempi!

C'era Armando, «muratore ro­mano della Garbatella elevato al rango di guardaspalle», rievoca Caprara, «che andava tutti i gior­ni dal macellaio a comprare il cer­vello da servire panato e fritto al capo comunista perché diceva che il Migliore, essendo il cervello del partito e avendo più cervello di tutti noi, doveva mangiare cervello mezzogiorno e sera per mantenere intatta la sua intelligenza», e ora si comprende meglio l'eziologia dell'ictus che nel 1964 stroncò il despota rosso sulle amene rive di Crimea.

C'era Gennaro, contrabbandie­re di sigarette napoletano «che fungeva da autista e all'occorrenza da uomo di mano, sopranno­minato Zazà a causa della sua pre­dilezione per le riviste di varietà che si davano al teatro Margheri­ta in Galleria Principe Umberto», cosicché qualcuno avrebbe potu­to chiedersi «Dove sta Zazà?» quando lo studente Antonio Fal­lante il 14 luglio 1948 impiombò per strada il segretario del Pci con tre colpi di Smith and Wesson.

E questi erano i comprimari. Poi c'era Lui, il deus ex machina della trama sanguinolenta, il com­pagno Bessarione nato da una la­vandaia e da un ciabattino, il «pic­colo padre» che mangiava vivi i propri figli, il demone delle pur­ghe e dei gulag: Josif Vìssarionovic Stalin. Nel vialetto privato del­la dacia di Barwika, presso Mo­sca, che era appartenuta al princi­pe Donskoj, Baffone venne incon­tro a Caprara adorno delle meda­glie di generalissimo, senza ber­retto, i capelli sorprendentemen­te grigi.

«Era marzo, mulinelli di vento siberiano sollevavano la ne­ve, e io ero uscito dalla dacia con addosso soltanto la giacca, un er­rore che non commise Nilde lot­ti, la quale indossava infatti una sontuosa pelliccia di zibellino avuta in prestito dal Comitato centrale del Partito bolscevico. A un certo punto cominciarono a lacrimarmi gli occhi per il gelo. Stalin, credendo che mi fossi commosso alla sua vista, mi bat­tè una mano sulla spalla, escla­mando in francese: "Courage, camarade", coraggio, compagno. Dopodiché si mise a parlarmi di Capri».

Andare a trovare Massimo Caprara nella sua casa milanese, un fortilizio di libri abbellito da due strepitosi Sìroni e altri pregevoli dipinti messi insieme col senso estetico ereditato da uno zio ma­terno che collezionava Modigliani, Matisse, De Chirico, Morandi e Carrà, è come salire in groppa a un destriero e attraversare al ga­loppo l'intero Novecento, il seco­lo delle idee assassine.

A ogni sta­zione di posta, un incontro appas­sionante: il generale Badoglio che nelle sedute di governo parla con Togliatti in dialetto piemon­tese per non farsi capire da Bene­detto Croce e Caprara, pietoso, che traduce in partenopeo per l'attonito ministro-filosofo; l'av­vocato Renato Cigarini che, in un impeto di vanità, rivela all'uomo di fiducia del Migliore d'aver rici­clato per ordine di Togliatti il fan­tomatico oro di Dongo sottratto a Mussolini; Ernesto Guevara de La Sema, meglio noto come il Che, che in viaggio da Ginevra a Praga si ferma a Montecitorio, aspetta a lungo d'essere ricevuto da Togliatti e finisce a parlare di Cuba, di Castro e di imperialismo col suo giovane segretario; l'atto­re Yves Montand che riceve a Pari­gi, nella villa con parco, Caprara e Luigi Pintor, inviati del Manifesto, e consegna «per la causa» un bonifico con tutti i diritti incassa­ti dai suoi film in Italia.

Oggi Massimo Caprara non è più comunista. «Il dato evidente è la bellezza di Dio», ha scritto. Dev'essersi bevuto il cervello, pensano gli ex compagni. O forse ne avrà mangiato troppo poco pa­nato e fritto alla mensa del com­pagno Ercoli, chissà. Non capi­scono il suo «Riscoprirsi uomo», come ha intitolato il libro che , uscirà a giugno da Marietti, «storia di una coscienza», la sua, scritta a quattro mani con Roberto Fontolan, giornalista vicino a CI. Gli hanno appioppato per questo un nomignolo velenoso: Comuni stone e liberazione.

«Sono stato per un quarto di secolo prigionie­ro volontario dell'ideologia comunista, il contrario dell'ideale. L'ideale è speranza, futuro, lar­ghezza dello spirito. L'ideologia è ripiegamento, non più futuro, ma l'essere sempre e comunque conservatori uguali a se stessi. ; Non ho mai incontrato don Giussani e non conosco i capi di CI. Però mi affascinano la libertà e l'amicizia che avverto al meeting di Rimini. Le dico di più: provo la stessa affine emozione anche quando leggo San Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell'Opus Dei».

Giampaolo Pausa la annovera tra i «coccodrilli senza pudo­re».
«Tra le scarpe o tra i coccodrilli veri?».

Michele Serra ha scritto che lei da la «malinconica sensazione di un vertiginoso vuoto, non so­lo di stile».
«Mi dispiace molto per lui».

Quando e come diventò comu­nista?
«Nel '39-'40 sui banchi del liceo Manzoni, qui a Milano, dove i miei genitori, abruzzesi di Atri, erano emigrati. Avevo molti pro­fessori antifascisti, da Raffaele De Grada, che era supplente di sto­ria dell'arte in terza liceo, al professor Dino Formaggio, poi ordi­nario di estetica all'Università di Padova, entrambi ancora vivi, no­vantenni. La domenica De Grada portava i migliori di noi, i rampol­li delle famiglie altoborghesi, al parco della Villa Reale di Monza. Ci sdraiavamo nell'erba e lui ci leggeva Marx ad alta voce. Però il. primo libro su Trotzki] lo trovai nella biblioteca dei Gruppi uni­versitari fascisti a Napoli. E su IX Maggio, settimanale dei Guf, riu­scii a pubblicare un articolo a fa­vore dell'Internazionale comuni­sta».

Giuri.
«Giuro. L'unico che se ne accorse fu Mussolini, che da Roma telefo­nò al federale Nicola Sansanelli, destituendolo all'istante: "Coglio­ne! Vi siete fatto prendere in giro da un comunistello di Posillipo". Sansanelli piangeva, me lo rac­contò lui stesso anni dopo quan­do divenne sindaco di Napoli».

Mentre De Grada le leggeva Marx, non coglieva qualcosa di storto in quella dottrina?
«Sentivo che era ingiusta. Ma i maestri mi sembravano ottimi. A costoro il 27 marzo 1944 si aggiun­se Togliatti, sbarcato a Napoli di ritorno dall'Urss. Croce, fino ad allora mio nume tutelare, era il passato. Togliatti rappresentava l'avvenire. Croce ci diceva: "Dove­te crescere". Togliatti: "Dovete fa­re". Napoli era monarchica fino al midollo, ogni giorno rivoltella­te e botte. Il sedicente Ercoli bus­sò alla porta della federazione, in Scala San Potito, dichiarando la sua vera identità. "Se tu sei To­gliatti, io sono Stalin!", lo respinse un compagno dallo spioncino».

Chi la presentò al Migliore?
«Eugenio Reale, che nel 1956 sa­rebbe uscito dal Pci in seguito ai fatti d'Ungheria. Per un mese To­gliatti non mi parlò mai, dico mai, di politica. Solo di letteratu­ra, italiana e francese, soprattutto Rousseau, Voltaire, Malraux. Il 1° maggio mi chiese a bruciapelo: "Che te ne pare di Vittorini ?". Fi­gurarsi io, che dell'autore di Con­versazione in Sicilia ero assiduo corrispondente. Pensai: questo non è un partito, è un salotto lette­rario. Casa mia. Una cosa era il popolo, un'altra la nomenklatura. I capi comunisti erano tutti fi­gli dell'alta borghesia, neanche uno veniva dal popolo. Il segreta­rio selezionava fra loro i più colti, meglio se imbibiti di cultura fran­cese. Io fui nominato sul campo suo segretario e caporedattore di Rinascita».

Il primo incarico da segreta­rio?
«Letterario. Coincise col primo viaggio di Togliatti fuori Napoli. Lo portai a Capri, nella villa di Curzio Malaparte, che di ritomo dalla guerra finnico-sovietica ave­va scritto per la rivista Prospettive una serie di articoli stupendi dal titolo "Sangue operaio"».

Lo seguiva ovunque?
«Quasi ovunque. Quando una notte del marzo 1945 ebbe un in­contro segreto in Vaticano con Pio XII, sollecitato dallo stesso pontefice, portò con sé solo Um­berto Fusaroli Casadei, un partigiano che nell'occasione gli fece da autista. Non voleva mai intor­no a sé testimoni scomodi. To-gliatti era di indole cospirativa ed esercitava un'influenza magneti­ca sui suoi immediati collaborato­ri, fino a renderli ogni giorno più riservati e circospetti: "Lo consta­tavo", ha scritto Giulio Andreotti, "in Massimo Caprara, sempre cortesissimo, ma che andava per­dendo, foglia a foglia, la sua napo­letanità per assomigliare a un compassato giovane diplomatico della Mitteleuropa<"».

Un momento: ma Fusaroli Ca­sadei non è quel tizio di Berti­noro, Forlì, che nel 2001 confes­sò al Giornale d'averne ammaz­zati a centinaia e di addormen­tarsi tranquillo la sera?
«Esatto. Mica è l'unico. I comuni­sti messi insieme sembra che ri­flettano, ma presi individualmen­te sono barbari. Togliatti fece fuggire in Cecoslovacchia il crimina­le Francesco Moranino, detto Gemisto, che aveva fatto fuori 52 combattenti delle formazioni partigiane liberali in Piemonte».

A me pare che fosse accusato di sette omicidi...
«Dice? Comunque Gemisto fu fat­to eleggere deputato da Togliatti e salvato dai due ergastoli ai quali era stato condannato a Firenze e a Torino».

Fusaroli Casadei rivelò anche al Giornale d'essere il coman­dante che la notte fra il 6 e il 7 luglio 1945 diede l'ordine di eli­minare 54 persone detenute nel carcere di Schio, nel Vicenti­no, un modo partigiano di rego­lare i conti col fascismo.
«Fusaroli Casadei a me raccontò che Adamo Zanelli, segretario del Pci di Forlì, gli aveva messo in ma­no una pistola ingiungendogli di sparare persino a Togliatti nel ca­so in cui, anziché all'incontro con Papa Pacelli, il Migliore si fosse recato a parlamentare con Um­berto di Savoia, come sospettavano alcuni dirigenti del partito. Co­munque ricordo che in quello stesso anno i responsabili dell'ec­cidio di Schio si presentarono nel mio ufficio a Roma. Togliattì orga­nizzò la loro fuga in Cecoslovac­chia, dove fondarono la sezione italiana del pc cecoslovacco. Due di questi latitanti finirono a lavo­rare a Radio Praga. C'è un filo ros­so che porta dalla mattanza di Schio alle Br. Rapire e ammazza­re Aldo Moro è un compito che puoi affidare solo a chi crede cie­camente nella rivoluzione e vi si è preparato militarmente».

Fino a quando Togliatti la ten­ne come segretario?
«Fino alla morte, avvenuta nel 1964».

E il suo ripudio del comunismo quando sopraggiunse?
«La crisi cominciò nel febbraio di quell'anno, all'uscita di Togliatti 1937, un libro, subito fatto spari­re dagli scaffali, scritto da Renato Mieli, padre di Paolo, l'ex diretto­re del Corriere della Sera. Un ebreo perseguitato che era stato capo della divisione esteri del Pci e responsabile milanese dell' Uni­tà. Io l'avevo conosciuto a Napoli nel 1944, dov'era giunto da Geru­salemme col nome di maggiore Merryl al seguito dell'Armata in­glese e mi aveva assegnato la car­ta razionata per stampare Rina­scita. Eravamo diventati amici. In quel libro Mieli parlava per la pri­ma volta di Togliatti negli anni della guerra civile in Spagna. Do­po averlo letto, io e Marcella Fer­rara, la madre di Giuliano, che era segretaria di Rinascita, ci stro­picciammo gli occhi e ci dicem­mo: non può essere vero, sono menzogne».

Che cosa non poteva essere ve­ro?
«Che Ercoli, alias Togliatti, spedi­to in Spagna dal Komintern, aves­se collaborato al massacro di 600 anarchici e all'eliminazione di Andrés Nin, uno dei fondatori del partito comunista spagnolo, già segretario di Trotzkij a Mosca. C'è una dichiarazione giurata in cui Aleksandr Orlov, famigerato emissario di Stalin, attesta che egli a Barcellona prendeva ordini dal compagno Ercoli. Togliatti e Orlov assoldarono Ramón Del Rio Mercader, il sicario che nel 1940 a colpi di piccozza fracassò il cranio a Trotzkij rifugiato in Messico. Lo sa chi era questo Mer­cader?».

No.
«Il fratello della moglie di Vittorio De Sica. A incarico concluso, avrebbe dovuto tornare in Rus­sia. Venne liquidato prima, in un albergo in Olanda. All'improvvi­so mi fu chiaro perché il Migliore non parlasse mai della sua vita serpentina durante la guerra di Spagna. Antonio Gramsci diceva che Togliatti "anguilleggiava", procedeva come procedeva Sta­lin. Non aveva trovato in Stalin il suo dittatore preferito: era Stalin lui stesso. E soprattutto taceva e mentiva su un altro crimine or­rendo».

Quale?
«Il 1° agosto 1937 era stato prele­vato a Barcellona da un aereo mi­litare sovietico e condotto a Mo­sca perché, come vicecapo del­l'Intemazionale comunista, dove­va firmare la condanna a morte dell'intera dirigenza del partito operaio polacco. Quindici perso­ne, trotzkisti ed ebrei. Tutti am­mazzati. Per cui un giorno, men­tre scendevo con lui in ascensore a Botteghe Oscure, gli chiesi: "Scusa Togliatti, ma secondo te che cosa avrebbe fatto Gramsci se si fosse trovato nelle tue stesse condizioni?". Mi fissò algido, lo ri­cordo come se l'avessi ancora qui davanti. Senza volerlo, l'avevo po­sto di fronte al suo vero proble­ma: il confronto col maestro. Ri­spose: "Gramsci sarebbe morto". Lì per lì non capii. Ma poi, ripen­sandoci, compresi che cosa inten­deva dire: Gramsci avrebbe paga­to con la propria vita piuttosto che firmare quell'ordine atroce. Togliatti s'era dato la patente di assassino. Non c'entrava più la politica, ma l'umanità».

Il comunismo è davvero mor­to?
«Direi di no. È fallito, non è la stes­sa cosa di prima. Ma non cambia il comunismo uomo, l'essere fe­deli solo alla propria ideologia. Ora c'è Putin, c'è una classe politi­ca intelligente, abile, che vince le elezioni e sa gestire la ricchezza, ma che non ha alcun rispetto per la vita altrui. Il comunismo è que­sto: il disprezzo per l'uomo. Se bi­sogna affondare un sommergibi­le nucleare per coprire i segreti militari, lo si affonda. Anche se a bordo ci sono 118 marinai. È mor­ta l'ideologia, rimane la brutalità. Oggi c'è il partito dello Stato sla­vo, che è peggiore di quello bol­scevico».

Da chi è stato sconfìtto il comu­nismo?
«Dal punto di vista materiale, da nessuno. Non è stato sconfitto in battaglia. Gli ha tenuto testa una minoranza che non ha mai cedu­to. I dissidenti non hanno fatto lo sbaglio di proporre un altro parti­to: hanno semplicemente procla­mato la verità. Arcipelago Gulag di Solzenicyn non è un'opera an­ticomunista: è la verità. Il dissen­so è trascendente, metastorico. Nasce da una rivolta spirituale. Il dottar Zivago di Pasternak non è una divisione di fanteria o di arti­glieria che puoi combattere: è l'amore proposto come verità. E poi c'è stato questo vescovo che tutte le domeniche predicava for­te e chiaro dal pulpito di Cracovia e ha continuato a farlo anche dal soglio di Pietro».

L'ha sconfitto il cristianesimo, allora?
«Ma i comunisti non erano atei. Togliatti non era stato in semina­rio come Stalin, però nutriva un'autentica devozione per Sant'Ignazio di Loyola e tra i parenti aveva un rettore di santuario e una suora salesiana. La più bella orazione funebre la pronunciò in memoria di don Giuseppe De Luca, il prete della Curia romana che lo accompagnò da Papa Pacelli e in seguito spianò la via an­che all'udienza che GiovanniXXIII concesse al genero di Krusciov. Entrambi, Togliatti e Stalin, non si dichiaravano contrari a Dio. Dicevano un'altra cosa: che si può fare a meno di Dio. La ragione da sola è crudele. Se gli fa comodo, la ragione ammazza. Ecco, io ho scoperto che non si può fare a me­no di Dio. Ma non è stato un per­corso facile, rettilineo».

Adesso per chi vota?
«Da qualche anno non voto. È dif­ficile, per me. Soffro. Ho dedicato la vita alla politica».

Qual è stata la colpa peggiore di Togliatti?
«La disumanità. Ne fece le spese anche l'unico figlio».

Aldo.
«Aldino, sì. Lui del '25, laureando in ingegneria, io del '22. C'era grande affinità fra noi. Il padre lo disprezzava perché si vergogna­va a dire in giro che era il figlio di Togliatti. La sua psiche fu segnata dal lungo esilio al Lux, l'albergo di Mosca in cui risiedevano i gerarchi del Komintem, dove la ma­dre Rita Montagnana faceva a botte con le altre donne per di­sputarsi le stoviglie abbandonate dalle famiglie che di notte veniva­no fatte sparire dalla temutissima Nkvd. Il Lux era l'albergo dei topi. Richiamati dalle farine della pa­netteria Filipov che aveva sede al pianterreno dell'edificio, i ratti ri­salivano dalle fogne lungo le tuba­zioni e scorrazzavano per le ca­mere. La Montagnana mi raccon­tava che ogni nucleo aveva in do­tazione un bastone per ammaz­zarli».

Aldo finì in una cllnica privata per malati di mente, mi pare.
«Si, Villa Igea, vicino a Modena. È ancora vivo, credo. Sta rinchiuso lì dal 1981. Schizofrenia e auti­smo, pare abbiano diagnosticato i medici. Avrei una voglia immen­sa di rivederlo. Una volta andai. Chiesi: dov'è il figlio di Togliatti? Per me non c'era più, sparito. Gli hanno persino cambiato nome. È diventato "Aldo 227". L'unico autorizzato a vederlo era un co­munista modenese, un operaio metalmeccanico in pensione: 15 minuti d'incontro ogni martedì. Sarà ancora vivo anche lui?».

Quanto pesò nelle vicende in­terne del Pci la relazione fra Palmiro Togliatti e Nilde lotti, formosa deputata di Reggio Emilia?
«Contro di lui pesò molto. Il capo era il modello, doveva dimostra­re moralità, essere superiore a tut­to, anche alle debolezze della car­ne. Ma nel partito vigevano due pesi e due misure. Ai giovani funzionari si richiedeva la castità pre­matrimoniale. Fu il delfino di To­gliatti, Enrico Berlinguer, all'epo­ca segretario del movimento gio­vanile comunista, a celebrare in un articolo la purezza e il martirio di Santa Maria Goretti. Prevaleva­no anche ragioni di sicurezza: il timore era che qualche sciantosa al soldo dalla Cia traviasse i com­pagni per carpire loro i segreti del Pci. A controllare i più esuberanti l'ufficio quadri aveva messo Anto­nio Cicalini, un vecchio cerbero del Komintern. Era il partito a de­cidere per loro quale fosse la don­na giusta da prendere in moglie. Alla nomenklatura, invece, si per­donava tutto, magari con la scusa che aveva diritto a rifarsi del tem­po perduto al confino o in galera durante il Ventennio. Fioriva lo scambio di fidanzate e di mogli. Si doveva pescare nello stesso mazzo, perché la militanza comu­nista rappresentava il criterio prioritario di scelta. Il privato era talmente pubblico che quando Luigi Longo decise di mollare la moglie Teresa Noce, lei, adiratissima, pretendeva di discuterne in direzione come se fosse un fatto politico».

E se ne discusse?
«Di sicuro non con la ripudiata, visto che lui le notificò l'avvenuta separazione a mezzo stampa, con un comunicato sull'Unità. Del resto un giorno Longo m'ave­va spedito a prendere la Noce in stazione, e avendogli io obiettato che non sapevo che faccia aves­se, mi rispose gelidamente: "Non puoi sbagliare. È la più brutta che scende dal treno"».

Un villano.
«I comunisti sono fortemente mi­sogini. Ritengono che la donna abbia un'unica funzione».

Riproduttiva?
«Magari, sarebbe già indice di no­biltà d'animo. No, ludica. Con le donne ci si diverte e basta».

Però il compagno Lenin, una volta rientrato in Russia, aveva troncato con l'amante Inessa e s'era ripreso la legittima con­sorte, l'austera Nadezhda Krupskaya.
«Ed è precisamente il motivo per cui Pietro Secchia, campione di marxismo-leninismo, che già era stato da Stalin a parlargli male del Migliore, si rifiutò di affittare un alloggio per Togliatti e la lotti. I due concubini finirono così al se­sto piano del Bottegone, in un ab­baino infuocato d'estate e gelido d'inverno, con le valigie aperte per terra. Della cosa eravamo al corrente in pochissimi. Una not­te venni svegliato di soprassalto da una telefonata: "Dottore, sono la guardia giurata di Botteghe Oscure. Ho sentito dei rumori, ci sono i ladri su in commissione cultura, al sesto piano. La pora di ferro è chiusa dall'interno. Ho sparato alcuni colpi di pistola, ma non sono riuscito ad aprirla". Mi precipitai in sede e trovai i due amanti nel loro rifugio, accovac­ciati per terra in un angolo. Aveva­no rischiato di finire accoppati».

Vera o apocrifa quella lettera da Mosca del 15 febbraio 1943, scritta dopo la disfatta dei no­stri alpini a Nikolajewka, in cui Togliatti, segretario del Komintern, affermava che «se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi».
«Verissima. Molto prima che ap­parisse per la prima volta su Pa­norama nel 1992, me ne parlò co­lui che l'aveva ricevuta, il compa­gno Vincenzo Bianco. Io rimasi scioccato dalla malvagità del teo­rema esposto dal Migliore: "II fat­to che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la spedizione in Rus­sia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, il più efficace degli antì­doti"».

Lei c'era quando Pietro Ingrao incontrò Togliatti il 4 novem­bre 1956 e gli confidò la sua an­goscia perché i carri armati so­vietici avevano invaso Buda­pest, al che il segretario gli avrebbe risposto: «Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più».
«No, non c'ero. Ma l'episodio mi venne riferito da Nilde lotti in per­sona, per cui non ho motivo di dubitarne».

Sa qualcosa dell'orologio che Togliatti teneva nel taschino co­me «caro ricordo» della guerra in Spagna e che era stato strap­pato dagli insorti comunisti a un nazionalista fucilato sotto i suoi occhi?
«In tutta coscienza devo dire che a me non raccontò mai di come ebbe quell'orologio. Però sono te­stimone di un fatto che fa il paio con questo. Mi accorsi che To­gliatti possedeva un'edizione rarissima del libro Nome e lacrime di Vìttorini, uscita nel 1941 dal­l'editore Parenti di Firenze. Dove l'hai preso?, mi venne spontaneo chiedergli. "Me l'ha dato il com­pagno D'Onofrio, sovrintenden­te all'acculturamento dei prigio­nieri italiani in Russia". Era quel­l'Edoardo D'Onofrio, poi diventa­to senatore del Pci, che dalla Spa­gna aveva segnalato in una rela­zione al Komintern d'aver fatto passare per le armi "28 seguaci di Nin, 34 trotzkisti, 39 fascisti". Nei lager staliniani indossava la divi­sa dell'esercito sovietico e cerca­va d'indrottinare i nostri conna­zionali. Prima di consegnare i più riottosi al plotone d'esecuzione, evidentemente gli fregava i libri».

Quanto guadagnava come se­gretario di Togliatti?
«Il 40 per cento dello stipendio di un deputato, quindi 25-30mila li­re al mese, circa 6-700mila lire al valore di oggi. E avevo l'auto di servizio, una Topolino».

L'ultima volta che lo vide?
«Il 9 agosto 1944, quando partì per la Russia con Nilde Iotti. Era così furibondo per quel viaggio... Odiava, ricambiato, Krusciov. In­fatti quest'ultimo si recò in visita ufficiale nelle terre vergini della Si­beria proprio all'arrivo dell'ospi­te indesiderato, che a Mosca era sempre stato accolto col tappeto rosso come un re. E lì cominciaro­no subito i misteri».

Cioè?
«I russi pretesero di sottoporre To­gliatti a una serie di visite medi­che nella clinica del Cremlino che non erano state né richieste né previste. Sembrava la vigilia di un colpo di Stato. È probabile che il Migliore trescasse con Breznev per il defenestramento di Krusciov. Fatto sta che alla fine Togliatti fu caldamente esortato ad andare in vacanza a Yalta, sul Mar Nero. Dove lo invitarono a tenere un discorsetto in russo ai pionieri locali, facendogli rag­giungere il luogo del raduno a pie­di e lasciandolo senza cappello sotto il sole cocente. Venne colpi­to da emorragia cerebrale».

Sospetta che i sovietici l'abbiano «aiutato» a congedarsi?
«Di sicuro attesero il ritorno di Krusciov prima di prendere qualsiasi decisione. Ora anche un bambino sa che l'ictus richiede trattamenti tempestivi. Invece l'intervento chirurgico fu tentato soltanto dopo sette giorni. Mario Spallone, medico personale di To­gliatti, baciò le mani del collega Alexander Arutiunov prima che entrasse in sala operatoria. Non servì».

Se Togliatti era il Peggiore, chi fu il Migliore tra i comunisti?
«Gramsci, senza alcun dubbio».

E tra quelli con cui lei ha lavorato? Forse Giorgio Amendola, figlio di un liberale?
«Amendola? Quando una leuce­mia gli portò via la figlia giovanis­sima, per il dolore non volle percorrere mai più la strada di Capodimonte dov'era morta. Ma se do­veva decidere la fucilazione di qualcuno, lo faceva fucilare sen­za tante balle. Appena fui radiato dal Pci, lo incrociai in Transatlan­tico a Montecitorio. Procedeva sulla passatoia rossa con l'incede­re solenne di un alto dignitario. Giunto a un palmo da me, schivò la mia mano tesa. Per scansarmi, fece un'impercettibile deviazio­ne, senza una parola, né uno sguardo, né un sussulto. Sempli­cemente proseguì, come se fossi trasparente. Non fu solo l'annientamento di un rapporto che era stato affettuoso, ma una delibera­ta ingiuria. Mi sentii lo scarafag­gio della Metamorfosi di Kafka, un ciottolo, un inciampo. Il gesto simbolico era un mostruoso anti­cipo di quella cancellazione del­l'altro, tipica del comunismo, che prelude a ogni tipo di violenza».

Fra gli ex comunisti che oggi guidano i Ds, chi assomiglia di più a Togliatti?
«Massimo D'Alema. Infido. Ingra­to. Concorrenziale. Non vorrei stare nei panni di Passino e di Pro­di. È uno di cui bisogna aver pau­ra».

Non a caso il senatore Giusep­pe D'Alema, suo padre, disse a un mio amico che lavorava al­l'Istituto Gramsci: «A volte mio figlio mi fa paura».
«Non stento a crederlo. Ha la stes­sa cupidigia di potere, la stessa su­perbia intellettuale, la stessa cini­ca freddezza di Togliatti: il partito siamo noi, il partito deve vince­re».

Non fosse morto Enrico Berlinguer, oggi esisterebbero i Ds?
«Se avessero vinto uomini come Luciano Lama o Giorgio Napolita­no, avremmo avuto un Pci diver­so. Berlinguer scaricò i dissidenti del Manifesto al 12° congresso nel 1969. Ci tradì bassamente dopo averci assicurato protezione. È ter­ribile dover votare per alzata di mano. Il partito non è una fetta della tua vita. È la vita stessa. Non è che al mattino fai il comunista e il pomeriggio un'altra cosa. Quan­do sei comunista, lo sei sempre, anche mentre dormi o ti lavi i den­ti».

L'oro di Mosca lei l'ha mai vi­sto?
«Sia quello di Mosca che quello di Dongo».

Cominciamo da quello di Mo­sca.
«Più di me l'ha visto Armando Cossutta. Se mi recavo a Praga, la fra­se di rito era: "Passa dal partito ce­co che ti devono dare qualcosa"».

Cosa?
«Pacchetti. Di dollari, naturalmente. Ma gli affari più grossi si facevano con le aziende amiche. Tanto che quando Berlinguer spedì un funzionario a Mosca per informare il Pcus che il Pci inten­deva rinunciare ai fondi neri, i di­rigenti sovietici, dopo averne pre­so atto, lo fermarono sulla porta chiedendogli: "Scusa, compa­gno, e il denaro per l'oleodotto Urss-Italia chi l'ha intascato?"».

E l'oro di Dongo?
«Lo amministrava Renato Cigarini, residente a Milano in corso Sempione. Nell'appartamento sottostante al suo abitava Augu­sta Bondanini, vedova di Arnaldo Mussolini, fratello del duce. In se­guito andarono a vivere insieme ad Arma di Taggia. Cigarini, ex le­gionario di Fiume e avvocato matrimonialista alla Sacra Rota, era stato incaricato di nascondere nelle banche elvetiche il tesoro sottratto ai gerarchi fucilati a Dongo: oltre un miliardo di lire, 150mila franchi svizzeri, 16milioni di franchi francesi, 66mila dol­lari, 2mila sterline, 10rnila pesetas. Inoltre mi disse che aveva rici­clato 100 chili d'oro, 40 chili d'ar­genteria, 4mila monete d'oro, anelli con brillanti, persino il Rolex d'oro di Marcello Petacci, fra­tello di Claretta. L'avvocato face­va la spola tra l'Italia e la Svizzera. Ogni mese si presentava alle Bot­teghe Oscure portando i quattri­ni necessari al sostentamento del Pci. Prima vedeva Togliatti al secondo piano, poi saliva al terzo da Egisto Cappellini, amministra­tore del partito. Infine, al quarto, faceva visita a Secchia, cioè a co­lui che aveva affidato l'esecuzio­ne di Mussolini a un professioni­sta, un agente del Komintern, e non, come si volle far credere, a Walter Audisio, che era un insigni­ficante ragioniere della Borsalino».

E come venne in possesso Cigarini dell'oro di Dongo?
«Lo ebbe in custodia da Dante Gorreri, segretario della federazio­ne comunista di Como, che era stato mandato in zona per sbriga­re la pratica. Fu Gorreri l'unico a riconoscere il duce travestito sul camion tedesco diretto in Svizze­ra. Gorreri era di Parma e si fida­va di Cigarini, originario della stessa città. Alcuni partigiani avrebbero voluto consegnare l'oro di Dongo allo Stato. Scoppiò una faida tra compagni, con una dozzina di omicidi».

E perché l'avvocato Cigarini avrebbe spifferato proprio a lei uno dei segreti meglio custodi­ti della storia italiana?
«Aveva assolutamente bisogno di raccontarlo a qualcuno, non pote­va tenere tutta per sé una golosità del genere. E siccome era un tipo simpatico e mi considerava un amico...».

È vero che il 10 giugno 1946 Togliatti, ministro della Giustizia, bloccò la proclamazione del­l'esito del referendum monarchia-repubblica perché non era sicuro d'aver vinto?
«Certamente la Repubblica è na­ta con un parto cesareo. L'ostetri­co fu Togtìarti, aiutato da Marcel­la Ferrara e da me. Il computo dei voti veniva fatto al ministero del­la Giustizia, non so se mi spiego... Eravamo efferati, ma non stupi­di. I passaggi più delicati li ho visti tutti».

Sta confermandomi i brogli?
«Le dico solo questo: avevamo fat­to stampare più schede del nume­ro dei chiamati alle urne. In caso di necessità...».

Del dossier Mitrokhin che cosa pensa?
«Quale consulente della commis­sione parlamentare d'indagine, non posso parlare. Forse dovreb­be chiedere a un giornalista che in quella commissione rappre­senta la sinistra e che era stipen­diato regolarmente da Mosca».

E ora lei scrive con Vittorio Mes­sori sul Timone, mensile di apo­logetica. Una bella piroetta...
«Ho fatto un grande incontro».

Con chi?
«Col Vangelo».

Non l'aveva mai letto?
«Soltanto sfiorato, pur essendo di madre cattolica, battezzato, cresi­mato. Ho incontrato questo og­getto immateriale, così ricco di umanità, di semplicità. Ho sco­perto che la mia strada era quella: seguire un libro, non una perso­na».

Ma come mai tutti quelli che erano eretici in tempi di orto­dossia alla fine diventano ferre­amente ortodossi in tempi di eresia? Ci sono più brigatisti rossi da don Mazzi o nell'Opus Dei che in galera.
«Sono pochi quelli che sanno ra­gionare. Noi, mi perdoni la perentorietà, siamo tra quelli. Abbiamo sbagliato tanto. È venuta l'ora di correggere. Non mi assolvo. Ma neppure mi macero. Non piango sulle piaghe delle mie sconfitte. Non dimentico e non rifiuto nul­la. Non nutro risentimenti. Cerco la forza di dare testimonianza da buon cristiano. Il mio modo di non essere più comunista non è quello di diventare anticomuni­sta, ma di ascoltare e di pensare».

E quando pensa al suo passato che cosa prova?
«Sofferenza».
 


Da Il Giornale del 25 aprile 2004